Una notte nel Salento

Una notte nel Salento

Vergogna, vergogna vergogna!

È con questa voce gridata che apro la mia corrispondenza da questa terra meravigliosa che mi ha visto suo ospite per qualche giorno. Siamo una coppia di medici che ogni tanto, in età di pensione, ci uniamo ad amici per qualche giorno nel quale si interrompa il ritmo del quotidiano.

La notte scorsa, dopo una giornata di completo riposo sul meraviglioso mare dello Ionio un mio coetaneo, settantenne, con molti acciacchi ma tutti contenuti e controllati è incappato in una diarrea. Sì capita, ci vuole la pazienza di aspettare, di stare a riposo, di idratarsi, di evitare i cibi solidi e di assumere qualche farmaco. Tutto era nella routine, anche i farmaci che diligentemente avevamo con noi.

Alla fine della serata il fastidioso dolore si è fatto più insistente. Sono medico e ancora sono in attività, normale che il compagno di viaggio si sia rivolto a me per un consiglio.

La semeiotica e l’esperienza mi dicono che l’addome del co-viaggiatore non è a posto. Resistenza, dolorabilità, segni di irritazione peritoneale sono presenti. Certo una diarrea, forse una tossinfezione alimentare, ha causato una diverticolite è il responso della mia esperienza e della mia visita. Ci comportiamo di conseguenza. Il dolore aumenta ed è mezzanotte  quando   l’amico non riesce a camminare, per il forte dolore, quando si alza per andare in bagno, altro segno di infiammazione del peritoneo. Tutto è ancora compatibile ma non si starà preparando una complicanza o forse è già presente e soprattutto cosa succederà nella notte?

La diagnostica di imaging diventa in questi casi importante,  per rassicurarti nella diagnosi e nella prognosi, per escludere complicazioni, alla fine per confermare  la terapia e per dare un minimo di certezza che le cose  andranno a finir bene. Il che non è poco in persone di età, fuori sede e con qualche acciacco.

Ecco la necessità di una corsa all’ospedale, il Vito Fazzi di Lecce. Prendiamo l’auto e dopo appena mezz’ora, il traffico è assente, siamo al pronto soccorso.

L’ospedale è una cattedrale, imponente, con le sue luci al neon, le sue torri e la sua struttura è rassicurante. Venite, sembra dire da lontano, sono qua per voi, per quello di cui avete bisogno.

Anche l’accesso al pronto soccorso è ben visibile, ben accessibile e le scritte illuminate son gigantesche.

Scendiamo dall’auto e ci avviciniamo. Pochissime persone, tre, forse quattro in sala di attesa. Ci avviciniamo timidamente alla postazione del triage che, pur vuota, mostra subito il volto sorridente di un infermiere che ci invita a entrare e che si occupa subito del mio amico, sopporta la mia dichiarazione professionale e inizia la routine che conosco bene per aver diretto la medicina  d’urgenza per trenta anni in un ospedale della mia città.

Nel frattempo le mogli attendono in albergo con i cellulari in modalità silenziosa e vengono informate con messaggi.

Dopo qualche minuto si presenta un medico, una dottoressa. Non semplice individuarla poiché veste con divisa uguale, o almeno a me sembra, a quella dell’infermiere. E’ paziente e ascolta il mio dire e concorda con  me. Non facciamo terapia ma subito un tac dell’addome, diretta, come si dice in gergo tecnico sia per la presenza di una conosciuta insufficienza renale, sia perché l’obiettivo è definito ad alcune diagnosi.

Sono le 0,38 e mi sento in dovere di ritirarmi dal pronto soccorso e, lasciando il compagno di avventura, attendere nella sala d’attesa. So cosa significa dover lavorare con estranei presenti e così metto in atto una forma di rispetto dovuta.

Sono le 1,30 nessuna nuova.

Nella sala d’attesa ci sono molti cartelli ‘si informa l’utenza che per una revisione dei programmi di accesso al pronto soccorso si potranno avere ritardi. Si prega di pazientare’, e ancora ‘Grazie per aver aderito alla prevenzione oncologica della Puglia’, ‘campagna vaccinale’. Noto, non commento e mi sembrano cose ‘normali’.

Mi colpisce un’altra scritta, una solenne dicitura ‘Medicina d’Urgenza’. Sorrido un po’ compiaciuto poiché oltre venti anni prima sono stato certamente fra i primi a dedicarmi a questo tipo di organizzazione, a proporre, nel mio piccolo e anche a attuare modelli di gestione. Cose antiche e oggi molto disattese. Ma si sa ‘sic transit gloria mundi’ ed è giusto così. Ora ci sono altre energie e con queste altre esigenze e modelli.

Ecco che arriva un altro utente. Una donna ancora giovane accompagnata dal marito. Mi faccio da parte per rispettare la sua privacy ma non posso fare a meno di sentire che ha un problema di pressione arteriosa. L’infermiere le dà qualche consiglio. La invita a entrare in un box separato. Non so, forse le misura la pressione, dopo poco la donna esce e sene va. Siamo rimasti in due in sala di attesa. Ma ecco che giunge un’auto che accompagna una ragazza che non sta in piedi. Forse vertigini deduco ma non posso certo sapere.

Ohé ma sono le 2,30, nessuna notizia.

Mi faccio sotto al triage. Non c’è nessuno ma riesco a richiamare l’attenzione di un infermiere.

“La dottoressa non può è impegnata” lo dice seccamente e mentre cammina dietro la barriera di vetro che lo rende inarrivabile.

Le immagini di Canale 5 scorrono sul display della sala d’attesa. L’altro avventore mi sorride con lo sguardo nel vuoto.

Sono stanco.

“Lanfranchi” si è aperta una porta e l’uomo che mi sedeva davanti si muove. L’hanno chiamato, evidentemente ci sono notizie per lui. Mi accodo e cerco di spiegarmi con l’infermiere.

“Non ha ancora fatto la tac, c’è un altro caso prima di lui. Fra poco lo facciamo.”

Chi non pratica la professione medica può pensare che la esecuzione di una Tac possa essere una procedura complessa. In realtà lo è, nella tecnologia, e fornisce informazioni importanti ma il tempo necessario a condurre l’esame, quando è eseguito senza mezzo dio contrasto, raramente supera i due minuti. La refertazione non ne vuole molti di più.

Sono già le  3.00 del mattino e sempre su mia richiesta mi viene permessa una breve vista al mio amico di nottata. Lo trovo steso su un barella.

“Il dolore è sempre lo stesso, ma stando disteso e fermo sto meglio.” Mi conferma che non è stato fatto alcun farmaco per il dolore.

“Forse è anche giusto” lo conforto “prima si deve fare questo rapido accertamento.” Gli spiego e lo consolo.

“Rapido? Non mi pare, siamo qua da quasi tre ore e non abbiamo fatto alcun progresso.”

Le mogli sono vigili e sono confortate via messaggio, sono tranquille.

“Dottoressa…” la vedo occasionalmente seduta dietro un pc.

“Sì lo so, stiamo aspettando, ho sollecitato. Poi lo farò vedere anche al chirurgo.”

Le sorrido in piena ‘captatio benevolentia’ e penso ‘  che strana procedura, il chirurgo, se necessario lo dovrebbe vedere subito. La chirurgia d’urgenza è una patologia ‘tempo dipendente’.

Mi accomodo nuovamente fuori.

Nella sala d’attesa sono solo, neppure il signor Lanfranchi.

‘ Ma sono le 4.00’ me ne rendo conto perché un forte dolore alle gambe mi scuote, forse mi ero addormentato. Non mi meraviglia, sono quasi 24 ore che non dormo. Metto in atto la solita manfrina. Mi comunicano che il mio amico è a fare la tac dell’addome.

‘Bene, fra qualche minuto potrò sapere” penso.  Niente di più sbagliato, sono le 5,30 e ancora il ‘referto’, come solennemente lo definisce la dottoressa, non è pronto.

“Abbiamo sollecitato ma lei deve avere pazienza c’è un solo radiologo  per tutto l’ospedale” la precisazione ha il significato di una informazione tecnica che dovrebbe farmi capire quale mole di lavoro cade su di loro.

 

Vergogna, vergogna, vergogna!

Penso alla grandiosità della scritta ‘Medicina d’Urgenza’ e alle implicazioni che comporta, alle informazioni che comunica all’utente e alla risonanza che può avere nella opinione pubblica, al consenso della classe politica e all’orgoglio di coloro che ci lavorano.

 

Vergogna, vergogna vergogna!.

Sono scoraggiato, sento che le forze mi vengono meno e che ho assoluto bisogno di stendermi. Cerco una qualche soluzione.

Chiedo se posso entrare dentro l’ospedale, accedere alla radiologia, cercare il collega radiologo e, facendo conto della sua solidarietà di professione, farmi dare una risposta.

“Vada pure” è la laconica risposta del personale.

“Ma dove?”

“Al piano di sopra” la risposta appare veramente un ovvio e inutile plus.

Ne deduco che devo fare delle scale e mi avvio, ignorato da tutti.

Cammino per corridoi vuoti ma per fortuna illuminati a giorno, leggo cartelli e indicazioni, salgo le scale, ne scendo e cerco anche un ascensore. Ogni tanto incontro un passante frettoloso a cui chiedo con cortesia e deferenza e da cui ricevo indicazioni di massima. Le seguo. Alla fine mi perdo ma scopro due giovani uomini davanti ad un distributore di caffè che mi fanno da guida e mi indicano il campanello dove devo suonare. Mi faccio riconoscere e dietro alla porta un lunghissimo corridoio. In fondo una giovane radiologa che sta scrivendo davanti ad un pc.  Certamente sono referti. Mi avvicino, chiedo permesso e mi faccio riconoscere. Gentile, cortese per prima cosa si scusa, mi riferisce del caso che mi preme. Mi rassicura, si tratta di diverticoli infiammati, nessuna urgenza chirurgica. Si scusa ancora una volta “Sono sola per tutto l’ospedale” capisco e ad una mia cortese osservazione  aggiunge “non so cosa dirle, il referto è pronto da più di un’ora.”

Lo prendo e inizio il percorso all’indietro. Questa volta è rapido poiché mi viene indicata una scorciatoia, una rampa di scale e un breve tratto di corridoio.

Giungo di nuovo al pronto soccorso. Sono tutti attorno al mio compagno di avventura che, in piedi, cerca di comunicare non so cosa. Un infermiere, un medico un portantino gli fanno corona. Non importa.

“Ecco il referto dottoressa … noi ce ne andiamo” accompagno la frase con un gesto d’intesa al mio amico.

“Ma come… ve ne andate?”

“Mi sembra il caso e l’ora! Lo sa che per fare una Tac diretta abbiamo aspettato cinque ore e mezza? Lo sa che per fare questo tipo di esame ci vogliono due minuti?”

La dottoressa ha preso la direzione della conversazione “Sa… siamo sotto organico…”

“No, voi siete dei ladri di stipendio e di pensione! Queste cose non le raccontate a me che ho diretto una ‘Medicina d’Urgenza’ per venti anni. Quando si lavora qua bisogna mettere le gambe in spalla e camminare e svelti. Vergogna, vergogna, vergogna!” Questa volta non lo penso lo dico ad alta voce, giro le spalle e accenno ad andarmene.

“Avrei voluto farlo vedere al chirurgo…”

“Ah bene, lei fa vedere al chirurgo un paziente sospetto di perforazione dopo sei ore che è arrivato in pronto soccorso, è così che la gente muore. Questa è la misura della sua incompetenza, inefficienza e incapacità.”

Accenno di nuovo a muovermi.

“NO! Non potete… dovete firmare!” Si fa riferimento alla ‘partenza volontaria’ che solleva la struttura da responsabilità per qualunque conseguenza accada.

“Va bene, dottoressa, ci prepari i moduli.”

Il tempo passa, a quel punto i minuti sembrano ore. Il medico lavora di mouse, clicca, torna indietro procede ancora, cambia pagina, clicca.

“Dottoressa sono sfinito, permetta che mi sieda” mi accomodo su una sedia vuota.

I minuti passano.

“Dottoressa lasci stare…” la presso e alla fine il rumore della stampante pare concludere quella che per me è sembrata un’avventura insopportabile.

Usciamo finalmente e saliamo in macchina. Direzione la prima farmacia per acquistare i farmaci che reputo necessari. Sono le 6 del mattino e tutto appare sereno: il sole è sorto, gli uccelli cantano e anche noi pensiamo che le cose si siano sistemate per il meglio. In fondo il mio amico non è stato operato, il responso della Tac ha confermato una diagnosi a cui si può porre rimedio con qualche cura e con il riposo.

Va bene torniamo sui nostri passi e ci dirigiamo verso il mare.

“Scusa” mi dice leggendo il verbale di pronto soccorso che la dottoressa ci ha rilasciato “ma cosa c’entriamo noi  con la signoria Maria Puppa?”

Venerdì 31 maggio presentazione del nuovo libro “Dalla parte dei pazienti”

INVITO – Venerdì 31 maggio alle ore 18 l’associazione Allievi e Amici del Prof G. Berni, in occasione di una serata di raccolta fondi,  
presentazione del libro “Dalla parte dei pazienti”.
Ai partecipanti sarò data una copia del libro in omaggio.
È previsto un intervento dell’attrice Alba Rohrwacher.

Firenze – Sala Dell’Auditorium Ente Cassa di Risparmio Via Folco Portinari, 5
 

 

Mr Echo è scomparso

Si tratta di un thriller a sfondo internazionale in cui la scomparsa di un medico, un virologo di fama mondiale, chiama in azione la coppia degli abituali investigatori che popolano i romanzi di Al Coffin: il commissario Boldri e il suo vice Lorenzini. Si muovono in uno scenario per loro inconsueto, una città, Roma, in cui non sono soliti svolgere le indagini e su problemi nati in un altro continente l’Africa. Saranno molti gli intralci che ostacoleranno la loro azione investigativa, casuali o voluti, in una girandola di ipotesi e di imprevisti che colpiscono l’interesse del lettore fino dall’inizio del racconto e che lo tengono vivo fino all’ultima sequenza. Il romanzo si muove sullo sfondo della epidemia di virus Ebola che indirettamente diventa il protagonista della vicenda.

Il delitto di Via Maccabei: Storia di un’Italia che cresce

In questa pagina si danno abitualmente alcune informazioni essenziali sul libro. Immagino il lettore in piedi in libreria o anche seduto, poiché molti rivenditori si sono organizzati con piccoli salottini confortevoli, che sta leggendo queste righe con le quali spero di interessarlo all’acquisto. Ci provo. Si tratta di uno strano thriller perché la sua soluzione è veramente inattesa. Naturalmente non può essere svelata sulla IV di copertina ma l’Autore assicura che i lettori rimarranno ‘a bocca aperta’ come ha voluto specificare in una riunione editoriale. Forse perché vorranno esprimere il loro disappunto e la loro disapprovazione o forse perché resteranno meravigliati. Cosa uscirà dalla loro bocca, rimasta appunto aperta? Un Oh di meraviglia o un’espressione di delusione? Una volta annunciata questa caratteristica che rende il romanzo molto originale il lettore potenziale vorrà conoscere qualche particolare dell’intreccio. Si tratta di un classico. Una donna morta, la magistratura e la polizia che indagano, un marito e un visitatore occasionale i sospettati. Certo il colpevole non è di facile individuazione perché si nasconde fra le pagine del libro e la sua responsabilità non emerge alla prima lettura. Interessi contrastanti sono in gioco, denaro e potere, sesso e amore, malavita e politica categorie di opposti che spesso vanno a braccetto insieme nelle menti e nelle azioni degli uomini. Buona lettura.

Dalla parte dei pazienti

L’autore è medico internista, appassionato della propria professione a cui ha dedicato l’intero arco della vita. Il libro è una testimonianza dei suoi sentimenti verso una popolazione, quella dei suoi pazienti stigmatizzata in alcuni stereotipi nei quali molti si potranno identificare. Non so se lo scritto possa essere definito ‘romanzo,’ certo ne ha la caratteristica poiché è un testo narrativo scritto in prosa ed ha un filo conduttore, anche se i vari capitoli possono essere letti come storie autonome. Il lavoro quindi risulta agile alla lettura e si caratterizza per un umorismo amaro, tipico della commedia italiana. In altri termini si tratta di un’opera seria che alla fine cerca di mettere in luce le contraddizioni della vita quotidiana di coloro che soffrono e che ‘patiscono’ le propria condizione di malattia, risultandone delle situazioni paradossali che potranno strappare al lettore qualche sorriso ma che in realtà nascondono il sentire profondo degli uomini, inesorabilmente condannati ad essere associati alle proprie inquietudini, come nel mito di Cura destinata a possedere l’uomo per tutta la sua permanenza terrena.Nota: Il mito racconta che, un giorno, l’attenzione della dea Cura, termine che si traduce con preoccupazione, sia stata attratta dal fango argilloso in prossimità di un fiume. Senza pensarci troppo Cura si mise a modellare una figura umana. Giove, cui niente sfugge, apparve improvvisamente e la dea gli chiese di infondere nella figura lo spirito della vita. Giove acconsentì ma pretese di dargli il nome. Cura pretendeva invece di dargli lei il nome. Ne nacque una disputa a cui si unì anche la dea Terra, anch’essa rivendicando la paternità del nome. Per dirimere la questione fu chiamato Saturno che distribuì le pretese: a Giove sarebbe toccata l’anima dopo la morte dato che lui l’aveva infusa, alla Terra il corpo poiché era fatto con il fango ma a Cura, cioè alla preoccupazione e all’inquietudine, sarebbe toccato possederlo durante tutta la vita poiché era stata colei che l’aveva plasmato. Il suo nome sarebbe stato ‘uomo’ perché fatto con l’humus.

Due oche rosse

Una donna viene uccisa in modo efferato. Un’altra dona viene uccisa nello stesso modo. I delitti si consumano in una casa di cura dove si rincorrono sospetti e accuse fra i dipendenti e nei confronti dei numerosi frequentatori. Criminalità organizzata, gelosie professionali, commercio illecito di farmaci, rivendicazioni personali si intrecciano e concorrono a rendere il quadro investigativo complesso e difficile. Più investigatori si alternano nelle indagini ma alla fine la coppia Boldri Lorenzini dimostrerà il valore dell’uomo comune, dell’onesto e semplice ragionamento che permette di individuare il colpevole e di assicurarlo alla giustizia.

COMUNICATO STAMPA – Presentazione oggi a Firenze del libro “Due oche rosse” di Al Coffin

Si terrà oggi, venerdì 9 novembre dalle ore 18, la presentazione del libro “Due oche rosse” del Dott. Alfonso Lagi, conosciuto nel campo letterario sotto lo pseudonimo di Al Coffin, presso il Ristorante La Loggia al Piazzale Michelangelo di Firenze.

Saranno presenti, oltre all’autore, alcuni ex viola tra cui Alberto Di Chiara, Renato Buso, Celeste Pin ed alcuni politici tra i quali il Senatore Achille Totaro (FDI) e il Presidente del Consiglio Regionale Eugenio Giani (PD).
Condurrà la presentazione il Dott. Giacomo Trallori con Marcello Mancini.

Al termine sarà offerto un piccolo rinfresco e sarà possibile acquistare una copia del libro autografata dell’autore.

È uscito il nuovo romanzo di Al Coffin!

Una donna viene uccisa in modo efferato. Un’altra dona viene uccisa nello stesso modo. I delitti si consumano in una casa di cura dove si rincorrono sospetti e accuse fra i dipendenti e nei confronti dei numerosi frequentatori. Criminalità organizzata, gelosie professionali, commercio illecito di farmaci, rivendicazioni personali si intrecciano e concorrono a rendere il quadro investigativo complesso e difficile. Più investigatori si alternano nelle indagini ma alla fine la coppia Boldri Lorenzini dimostrerà il valore dell’uomo comune, dell’onesto e semplice ragionamento che permette di individuare il colpevole e di assicurarlo alla giustizia.

Presentazione del libro venerdì 9 novembre 2018 per maggiori informazioni press@vits.it